Il seminario organizzato da D. Frère sotto gli auspici dell'École française de Rome rappresenta un'importante occasione per fare il punto su una categoria di materiali, la cui importanza per la ricostruzione della cultura materiale di età arcaica è sempre più avvertita negli studi recenti.
L'avvio di una produzione su larga scala di ceramica fine non figurata costituisce, insieme alla produzione massificata del bucchero, un segno rilevante degli effetti sociali del processo di urbanizzazione che investe l'Italia centrale tirrenica allo scorcio del VII sec. a.C. : riflette la necessità di soddisfare le accresciute esigenze di consumo di una committenza allargata, connessa allo sviluppo di una società di carattere urbano.
Come è noto, di tale relazione è consapevole la tradizione antica : significativo è, nel caso di Roma, l'inserimento dei ceramisti nei
collegia artificum, la cui istituzione è attribuita al re Numa nel quadro dei provvedimenti connessi all'amministrazione della
polis (
politeumata : Plut.,
Numa, 17, 3).
Nella tradizione ripresa da Plinio (N. H. , XXXV, 46), l'istituzione del
collegium è correlata alle richieste di una domanda estesa e di versificata : tra le specializzazioni dei figuli è inserita, anche se all'ultimo punto dell'enunciazione, la produzione di
quae rota fiunt, vale a dire, dei vasi torniti.
Per il suo carattere di produzione di natura utilitaria, in cui gli aspetti funzionali sono prevalenti rispetto a quelli decorativi e, al tempo stesso, per le difficoltà connesse al trattamento di una documentazione quantitativamente molto consistente, la ceramica fine non figurata rappresenta un'evidenza che, nonostante l'esistenza di pregevoli studi, attende ancora lo sviluppo di un'indagine sistematica : in questa prospettiva il quadro metodologico di riferimento e le prospettive di ricerca che possono essere delineate, non differiscono sostanzialmente da quelle messe in campo per la categoria più ampia della ceramica comune, al cui interno essa può essere sostanzialmente inserita.
Di qui l'individuazione di alcuni punti problematici su cui avviare la discussione nel corso del seminario.
Essi riguardano sia gli aspetti propriamente classificatori, di diffusione e circolazione, sia i rapporti istituibili con le produzioni cera miche coeve, figurate e non, che investono il problema delle tecniche di fabbricazione, della formazione degli artigiani e dell'organizzazione delle officine.
1. La definizione del vocabolario Preliminare ad ogni tentativo di classificazione è l'adozione di un vocabolario comune che consenta la messa a punto di repertori reciprocamente compatibili.
Tale condizione è ancora lungi dall'essere soddisfatta, perdurando nella letteratura scientifica una marcata disomogeneità nella descrizione delle forme, per quanto riguarda sia le parti costitutive dei vasi sia i partiti decorativi.
È pertanto indispensabile dotarsi di un comune supporto di riferimento, procedendo alla revisione critica delle terminologie invalse nella tradizione degli studi : sarebbe, in questo senso, auspicabile l'elaborazione di dizionari terminologici sul modello di quelli già sperimentati dall'I.C.C.D., da utilizzare come capisaldi per la costruzione più analitica delle tipologie locali.
Il problema dei vocabolari non è separabile dalla questione, ugualmente cruciale, della definizione delle classi cui, almeno in prima istanza, i vocabolari debbono essere specificamente riferiti.
In questo senso la creazione del vocabolario e la precisazione delle classi ceramiche non costituiscono fasi successive e distinte del pro cesso di classificazione, ma appaiono legate da un rapporto continuo di feed-back.
2. La descrizione delle classi Una marcata incertezza si registra nei criteri di definizione delle classi, i cui campi di estensione spesso si intersecano e si sovrappongono.
Evidente è, ad esempio, il caso della produzione con decorazione sub-geometrica dell'Orientalizzante recente e di età arcaica, il cui repertorio attraversa le classi della «ceramica italo-geometrica» e «tardo italo-geometrica» nonché quelle della ceramica « a decorazione lineare» o « a fasce ».
Lo stesso discorso vale, nell'orizzonte tardo-arcaico, per le produzioni locali, di volume ugualmente rilevante, di tradizione ionica o imitazione attica, decorate a bande o parzialmente verniciate.
La mancanza di parametri univoci e omogenei di definizione che marchino senza ambiguità la distinzione delle classi dipende, in lar ga misura, da un'effettiva contiguità dei processi di produzione, su cui si tornerà in seguito.
Si tratta, però, di una carenza che, sul piano della comunicazione scientifica, limita gravemente il valore di fonte documentaria potenzialmente rappresentato dall'evidenza archeologica : ne sono perfettamente consapevoli gli studiosi costretti a aggiornare continuamente defatiganti tabelle di confronti e concordanze.
3. La tipologia Di qui la necessità di sviluppare un progetto sistematico di classificazione tipologica : l'unico strumento che consenta di trasfor mare la molteplicità dei dati in un sistema organizzato di informazioni, gestibile e comunicabile.
Si tratta di prevedere la definizione di tipologie fondate su un criterio morfologico, di carattere aperto e dunque implementabili, ordi nate su livelli gerarchici connessi ai progressivi gradi di definizione dell'evidenza : per la logica della tassonomia, un modello di riferimento è naturalmente quello elaborato da J. P. Morel per la classificazione della ceramica campana.
Un sistema aperto - che, come detto, a monte dovrebbe prevedere l'adozione di un vocabolario comune - può garantire un inqua dramento esaustivo dell'evidenza e consentire di descrivere le relazioni tra le diverse classi ceramiche, precisandone la collocazione reciproca nello spazio e nel tempo; faciliterebbe, inoltre, il necessario conguaglio delle precedenti seriazioni tipologiche, la cui terminologia e ormai entrata in letteratura.
Naturalmente si pone un problema di strategia : se procedere per campioni separati (ed in questo caso si può citare l'esperienza di Pontecagnano dove, a partire da una ricognizione sistematica della necropoli, si sta mettendo a punto un repertorio tipologico esaustivo dei materiali) o, al contrario, operare un tentativo più ambizioso cercando di delineare, attraverso un lavoro collettivo, le basi di un programma tipologico comune, per poi magari articolarlo su base regionale.
4. I rapporti tra le classi Nonostante le ambiguità classificatorie che derivano da un approccio ancora asistematico, un risultato ormai acquisito dagli studi, grazie anche alla recente edizione di importanti contesti di abitato, è l'individuazione degli stretti rapporti che intercorrono nella produzione delle diverse classi ceramiche.
Essi sono innanzitutto segnalati dal ricorso di un repertorio formale che interseca trasversalmente le classi, in primo luogo nella catego ria della ceramica depurata : ciò è stato evidenziato in modo efficace nella ceramica etrusco-corinzia per le relazioni istituibili tra le produzioni figurate e quelle a sola decorazione lineare, ma può essere verificato ad una scala più ampia anche per quanto riguarda i rapporti che collegano l'insieme delle classi decorate alla depurata acroma.
Non meno significativo è il quadro delle connessioni istituibili con le produzioni fini in impasto e in bucchero.
Nota è, ad esempio, l'attestazione di tipi comuni tra il bucchero e la produzione etruscocorinzia : si ricordi, per citare solo un caso che sarà forse ripreso nel corso del seminario, il tipo dell'alabastron a fondo piatto, studiato da D. Frère.
Ma il fenomeno presenta un'articolazione più ampia ed assume una portata che si accresce nel corso del tempo, soprattutto per quan to riguarda la tipologia delle forme da mensa. In questa prospettiva, un aspetto particolarmente rilevante per definire il quadro delle produzioni tardo-arcaiche e ancora da valorizzare soprattutto per l'area campana, è la relazione tra la più recente produzione italogeometrica e il bucchero pesante.
La documentazione archeologica lascia, dunque, intuire forme di articolazione complessa nell'organizzazione delle officine, in grado di sviluppare una produzione diversificata.
In questa prospettiva, appare essenziale associare allo studio tipologico una rigorosa analisi statistica per tentare di approssimarsi alle dimensioni quantitative dei fenomeni produttivi.
Un importante contributo alla comprensione dei meccanismi di produzione può inoltre derivare dalla conoscenza degli impianti arti gianali : un esempio significativo è, ad esempio, costituito dalla fornace di Treglia che sarà illustrato nel corso del seminario.
È, infine, opportuno ricordare il ruolo che, nella ricostruzione della tecnologia antica, assumono le indagini archeometriche, cui è ri servata l'ultima sessione del seminario : esemplare è l'indagine condotta sui materiali di Tarquinia che ha permesso di precisare il quadro delle tecniche di lavorazione in rapporto alle diverse classi vascolari, evidenziandone la variabilità per quanto riguarda il trattamento delle paste e i processi di cottura.
Con ciò si è potuto valorizzare il salto di qualità che, rispetto alla più antica produzione «etrusco-geometrica», si determina allo scor cio del VII sec. a.C. grazie allo «stabilizzarsi delle tecniche di fabbricazione e di cottura» queste, a loro volta, risultano significativamente applicate con un'omogeneità sostanziale all'insieme delle classi della ceramica depurata.
Più critica è, invece, la situazione relativa all'altro filone delle indagini archeometriche applicate alla ceramica : quello, essenziale per individuare l'origine delle argille, dello studio dei corpi ceramici, per il quale manca tuttora un quadro unitario di riferimento.
Anche in questo caso, si deve sottolineare la necessità di promuovere un programma organico di campionature e di analisi applicato ad un contesto territoriale culturalmente coerente, per ottenere risultati compatibili.
Il seminario potrebbe costituire l'occasione per lanciare un'iniziativa di questo genere, da attuare attraverso una collaborazione delle istituzioni scientifiche, tra le quali, in primo luogo, le soprintendenze.
5. Etruria/Campania Alcune considerazioni, da ultimo, sul taglio geografico del seminario.
La scelta di privilegiare l'Etruria e la Campania dipende dalle strettissime relazioni culturali che collegano i due mondi in età arcaica, ma, al tempo stesso, sottende l'obiettivo di approfondire, attraverso il confronto della documentazione archeologica, le caratteristiche specifiche delle produzioni regionali.
In questa prospettiva pesa per il quadro campano la grave mole dell'inedito.
Un decisivo progresso interverrà con l'edizione sistematica delle necropoli, in primo luogo quelle dei grandi centri etruschizzati della
mesogeia - Calatia, Nola, Nocera, Avella -, ancora note in misura molto limitata. Ma la Campania, per il suo carattere di terra di frontiera, teatro di interazioni culturali complesse, costituisce un osservatorio privilegiato anche per approfondire il significato del concetto di cultura materiale, depurandolo da ogni semplificazione di carattere etnico.
In questo senso appare particolarmente significativo l'inserimento nel seminario della documentazione di Cuma, che all'interno del sistema campano svolge un ruolo nodale di intermediazione.
La recente pubblicazione da parte di V. Bellelli di numerosi materiali etrusco-corinzi da Cuma, Pitecusa e Partenope evidenzia un processo di ricezione che non ha confronti nelle altre
poleis coloniali della Magna Grecia e che consente di inserire i centri euboici del Golfo in un ambito di circolazione comune con gli insediamenti etruschi della Campania settentrionale.
Le osservazioni di Bellelli trovano ulteriori e importanti conferme nelle pubblicazioni di rilevanti contesti di abitato da Ischia e Napoli : la fase più recente della casa di Punta Chiarito pubblicata da C. Gialanella; lo scarico del Chiatamone pertinente all'insediamento di Partenope a Pizzofalcone e i materiali arcaici degli
emplekta delle mura di Neapolis, ultimamente presentati da D. Giampaola.
Tra i materiali della casa di Punta Chiarito e dello scarico del Chiatamone, oltre ad una diffusa attestazione del bucchero, figurano nu merosi esemplari italo-geometrici databili tra lo scorcio del VII e la I metà del VI sec., che trovano stretti confronti con i coevi materiali campani.
Nei riempimenti delle fortificazioni di Neapolis è ancora una volta documentato il bucchero, ma, soprattutto, sono frequenti le coppe a vernice nera con orlo o fascia risparmiata di tipo «etrusco-arcaico», ampiamente diffuse in area campana in contesti funebri e di abitato, fino alla più recente attestazione, intorno alla metà del V sec., nella necropoli del Gaudo a Paestum.
Da una documentazione, tutto sommato, ancora ristretta, emerge in Campania per tutto il corso dell'età arcaica, la circolazione di un patrimonio vascolare diffuso, il cui consumo è condiviso da comunità greche, etrusche ed indigene, dotate di un non dissimile livello di sviluppo : un'interazione profonda che spetterà ad un'indagine più estesa ed analitica precisare e articolare, ma che costituisce il sostrato su cui si possono impiantare fenomeni culturali e produttivi più eclatanti, come, ad esempio, quello emblematico del sistema di rivestimento architettonico di tipo campano.
Luca CERCHIAI